sabato 1 ottobre 2011

Di un silenzioso addio


Il vero suicida non dice nulla
grida in silenzio il suo dolore
dona carezze e sorrisi di cuore
ha solo un buio, un buio profondo

Il vero suicida passeggia tranquillo
compra il giornale ogni mattina
finge di leggere e lo lascia così
tanto domani non sarà più lì

Labbra inarcate nella finta pace
di un’espressione gentile e serena
occhi di tenebra e di dolore
tutti li guardano senza vedere

Il vero suicida non è un bugiardo
il suo sorriso è profondo e sincero
di chi sa che presto ogni ferita
grazie alla morte sarà guarita

Il vero suicida non sarà capito
sarà additato come il cretino
il senza palle, l’idiota, il coglione
mentre lo guardano in televisione

dai loro divani ricolmi di odori
di cibi speziati e di finte certezze
verità scelte con cura inaudita
è più triste la morte o forse la vita?

Vi fate giudici, elargite sentenze
senza guardare con gli occhi degli altri
senza mai dire “perché l’ha fatto?
Cosa l’ha spinto al suo ultimo impatto?”

Intanto il suo corpo è riverso in terra
rivoli rossi si spargono ancora
eppure è bello vedere il suo viso
che ci saluta con un bel sorriso

di chi se n’è andato con il sollievo
ed ha spirato con un sospiro.
Chi mai lo guardò, fino a quel giorno, 
si unì a quella folla, lì tutto intorno





martedì 28 giugno 2011

Come lei ci vuole





Bevo, e la sete non va via.
Il fiato mi si strozza in gola; una boccata d’aria è più soffocante dell’asfissia stessa. Come se stessi inalando vapore bollente.
L’acqua è finita. Poco male; non mi ha dissetata.
Tasto il mio collo per appurarmi che sia ancora lì; ho la cervicale completamente bloccata, e con essa le spalle.
Non vedo niente. E’ buio qui, è stretto, e ho la vista appannata come quando l’oculista mi somministrò le gocce per dilatarmi le pupille.
D’istinto batto le palpebre più e più volte. E’ una cosa inutile, non so perché lo faccio. Quasi m’illudessi che in un battito di ciglia possa ricominciare a vedere bene. Quanti gesti istintivi inutili compiamo ogni giorno. Il nostro organismo ha un istinto protettivo abbastanza stupido verso sé stesso. Nemmeno il nostro stesso corpo è più in grado di proteggerci.

Alzo lo sguardo; sopra c’è un po’ di luce. Inizio a muovere le mani lungo le assi di legno; piano, con attenzione. E’ tutto così stretto qui. Voglio vedere cosa c’è oltre quel buco, ma è troppo in alto.
Riprovo, stavolta con un salto. Ma non è affatto una buona idea: le quattro strettissime pareti di legno che mi intrappolano iniziano a barcollare. Mi spavento e mi tengo a quelle ai lati del mio corpo. Altro gesto istintivo pressoché inutile; che razza di equilibrio posso mai avere all’interno di una cassa? Non avrei dovuto saltare.
Istinto di sopravvivenza, lo chiamano. Che cosa stupida. Gli esseri umani passano la vita a cercare di rendersi infelici, ad accontentarsi o a dire di sì per non dar dispiacere a qualcuno; ad allontanare chi li ama ed avvicinare chi, sadicamente, si diverte a farli soffrire. E questo sarebbe il grande potere del nostro istinto di sopravvivenza? Balle! Sono istinti autolesionisti. Sopravvivere in questo modo? Per cosa? Tanto, lasciamo morire ogni giorno pezzi della nostra anima.
Ora basta pensare a queste stronzate. Devo uscire da qui.
Dunque, di raggiungere i buchetti nel legno non c’è verso. Perlomeno, grazie alla luce che vi filtra, so che lì fuori è pieno giorno.
Tendo l’orecchio, schiacciandolo contro il legno. Ma non si sente nulla, solo il suono leggero di quel vento così caldo che, anziché dare un po’ di sollievo, uccide.

Ma come ci sono finita qui?

Inizio a tastare lentamente le pareti, la mia condizione non mi permette di fare granché. E’ troppo stretto qui, posso solo riuscire, sempre con una certa cautela e sollevando le braccia, a compiere un giro attorno a me stessa.

Chi mi ha chiuso qui? E per quale motivo? Cosa diamine ci faccio qui?

Niente. Non c’è il minimo spazio fra un’asse e l’altra. Sto per impazzire, ma devo rimanere calma. Disperarsi è inutile. Ho questo istinto di sopravvivenza o no? Ce l’ho? Non lo so nemmeno io. So solo che da quando mi sono svegliata qui dentro sono diversa. Molto diversa. Ma non me ne preoccupo, ora voglio soltanto uscire.
L’unico modo per farlo, forse, è rischiare di rompermi l’osso del collo. Ma non mi interessa: devo assolutamente uscire da qui. Odio essere rinchiusa.
Inizio ad agitarmi come una pazza per far cadere questa maledetta cassa. Mi muovo avanti e indietro, salto, do grosse testate. Finalmente riesco e cado a terra con un tonfo, andando a battere la testa su uno degli angoli. Un dolore e qualche imprecazione, poi sono come nuova.
Il legno, a causa della caduta, si è spaccato in un punto abbastanza centrale sull’asse che, fra le quattro, è schiantata a terra. Un colpo di culo, cosa che mi capita raramente.
Emetto una risatina stridula, prima di andarmi a tappare la bocca con ambedue le mani. Non ho mai riso in questo modo! Che sia una risatina isterica? Forse per lo stress che comporta situazione in cui mi trovo?
Non c’è tempo da perdere. Non ricordo assolutamente nulla di ciò che è successo, quindi tento in ogni modo di capire. Le mie mani, nel frattempo, iniziano a sanguinare nel tentativo di finire di rompere l’asse di legno. Minuscole schegge si insinuano nella mia carne, qualcosa a cui sono abituata dato che mi diverto a sporcarmi le mani col fai da te. Qualcosa a cui non ho mai dato peso. Eppure, in quel momento, il cuore inizia a battermi a mille e in me sale un’ansia fortissima, come se stessi vivendo una catastrofe. Mi rendo conto dell’assurdo: io sono preoccupata per l’aspetto estetico delle mie mani! Io che mi taglio le unghie perché suono la chitarra in riva al mare, io che riparo le tubature a casa mia, io che controllo il motore se la macchina si ferma per strada.
E’ assurdo. Non so dove mi trovo, rischio di morire di sete o per asfissia, e la mia unica preoccupazione, in questo momento, è la bellezza delle mie mani.
Non mi riconosco. Questa è una preoccupazione che non mi appartiene, perché ce l’ho? Questo mi disorienta e mi paralizza, molto più dell’idea di trovarmi intrappolata in una cassa di legno nel bel mezzo di un luogo che, a giudicare dal clima, sembra il deserto.
Cerco però di non pensarci e continuo a rompere tutto, controllando ogni tanto le mie mani, spinta da un istinto che non è il mio. Man mano che la spaccatura si fa più ampia e la luce, quindi, più intensa, noto che le mie unghie sono perfettamente curate e ricoperte da uno strato di smalto rosso fuoco. Io non ho mai messo lo smalto rosso in vita mia, mai. Al massimo rosa pallido, o trasparente, ma giusto per le occasioni importanti e dopo una sequela di implorazioni da parte di mia madre. Non ho mai messo lo smalto rosso e non so come mi sia saltata in mente una cosa del genere. Che sia uno scherzo? Che me l’abbiano messo nel sonno? O, più probabilmente, che mi sia totalmente bevuta il cervello?
Guardo le mie mani sanguinanti con un orrore che non è il mio. Sono profondamente disgustata da qualcosa che, fino a prima di trovarmi qui, a malapena avrei notato. E non solo! La mia attenzione è attirata da questa stronzata delle mani rovinate! Non dalle cose veramente importanti, come ad esempio cercare di capire dove diamine sono, perché, chi mi ci ha messo qui, e cosa ci fanno le mie dannate unghie con lo smalto rosso. Accidenti, le mie mani sono brutte. Domani devo andare assolutamente dall’estetista e dal dottore. Chissà se torneranno mai come prima!
Ma che sto dicendo? Io non sono mai andata dall’estetista! Ho sempre fatto la tinta in casa, usato il tagliaunghie e al massimo messo un po’ di crema idratante per rinfrescarmi. Da dove sono usciti questi pensieri? Non sono i miei! Non sono io! Ridatemi me!!
Uso il barlume di lucidità che mi è rimasto per terminare di aprire la cassa, e finalmente ci riesco. Vorrei dire che tiro un sospiro di sollievo, ma direi una bugia. In primo luogo, perché è impossibile sospirare con un’aria del genere; poi, perché rimango senza fiato.
Davanti a me non c’è altro che un’infinita distesa di casse in legno, identiche a quella che fino a pochi secondi fa mi intrappolava. Inutilmente, ancora a bocca aperta, mi metto in punta di piedi per cercare di vedere cosa vi sia oltre. Ovviamente non c’è null’altro, solo casse di legno fino all’orizzonte. Come se mettermi in punta di piedi potesse poi servirmi a qualcosa. Ma che sto facendo? So che la maggior parte delle cose che sto pensando e facendo sono stupide, eppure continuo a pensarle e a farle.
Involucri di legno e basta. Sto per impazzire. Ma dove sono? Perché sono qui?
Mi avvicino ad una delle casse per cercare di carpire un indizio o qualcosa del genere. La scruto da cima a fondo e riesco solo a vedere una piccola scritta. La prima cosa che finalmente riconosco in questo assurdo scenario. Sono marchi associati a mass media diffusi a livello mondiale. Eppure continuo a non capire. Cosa ci facevo io in una di queste scatole? Come diamine ci sono finita? Il mio ultimo ricordo risale a stamattina, o almeno voglio sperare che si tratti dello stesso giorno. Mi stavo preparando il caffè. La televisione era accesa e mostrava immagini di donne bellissime che si erano fatte strada in campi che non c’entravano nulla con loro; ordinaria amministrazione. Non ricordo ciò che stavano dicendo, qualcosa che aveva a che fare con l’individuo perfetto, non so, non mi interessa granché la televisione. Poi non riesco a ricordare altro. Semplicemente, sono qui.
Mi volto per cercare la cassa che ho rotto io e ci inciampo. Cado rovinosamente in terra ed emetto un gemito che sembra più un lamento. Strano, in genere impreco. Non sono una persona lamentosa.
Apro gli occhi e vedo davanti a me una cascata di capelli biondi. Sorrido ed esulto! Non sono sola! C’è qualcuno con me! Mi alzo di scatto, incurante del dolore e mi volto, ma non vedo nessuno.
Cerco ancora la persona con i capelli biondi, ma non la trovo. Comincio anche a chiedere a voce alta “Chi sei? Chi c’è”, ma nessuno mi risponde. Calo il capo, sconfortata, e vedo nuovamente i capelli biondi. Istintivamente vado a toccarli.
Impiego un lasso di tempo indefinito per capire che sono i miei, ed emettere un grido di svariati decibel.

I capelli biondi? Lo smalto rosso? Ma che diamine mi è passato per la testa in questo assurdo e lungo momento di buio totale della mia memoria? Inizio a pensare che siano passati diversi anni dalla mattina in cucina a questo momento. Le ipotesi iniziano a susseguirsi, alla fine concludo che devo essere cambiata molto ed aver subito un trauma o qualcosa del genere che mi ha portata all’amnesia. Evidentemente qualche botta in testa.
Stando al mio ultimo ricordo, ho sempre avuto i capelli scuri e ricci, lunghi fino alle spalle. Adesso ho una chioma lunga e fluente, bionda. Non mi è mai piaciuto il biondo. Ho sempre fatto tinte al solo scopo di ravvivare il colore, ma sempre castano era!
I miei pensieri inconcludenti vengono distratti da un gridolino disperato che proviene dall’interno di una cassa. Mi scuoto dal torpore che mi aveva inghiottita ed inizio a muovermi velocemente. Busso e tendo l’orecchio; cerco di rassicurare la persona che vi è rinchiusa in merito al fatto che presto la tirerò fuori di lì. Non ci credo nemmeno io, ma val la pena provare.
Torno indietro e inizio a cercare fra i resti dell’involucro che mi conteneva, un pezzo di legno particolarmente grosso e appuntito. Per fortuna, le assi sono intagliate in modo tale che si spezzino in verticale, dunque riesco a procurarmi un buon pezzo, proprio come lo cercavo. Grazie a quello, inizio a dare forti e profondi botte in un punto della cassa che mi sembra più debole rispetto agli altri, essendo vicino ad uno degli angoli.
Sudo, allora mi fermo ed inorridisco di fronte al fatto che sudo. Come se non sudassi tutti i giorni per il lavoro che faccio o per i miei hobby! Quando mai mi sono lamentata del sudore! I pensieri contrastanti che lottano all’interno della mia testa stanno iniziando a farmi impazzire. Non posso sudare, puzzerei e non ho le mie essenze profumate, non ho una doccia vicino e, soprattutto, non ho cosmetici e profumi. Il mio fondotinta si sarà sciolto? E la matita? Oh cielo. Non posso farmi vedere in questo modo. Ma che me ne frega del fatto che sto sudando? Devo liberare questa poveretta!
Altro barlume di lucidità, continuo a battere forte contro il legno..finché, finalmente, la cassa si apre.
La luce del sole mi acceca, quindi faccio fatica ad inquadrare la figura femminile che mi si presenta davanti. Poi la vedo.
Una bellissima donna bionda, curata di tutto punto. Abito griffato, labbra carnose e ciglia così lunghe e perfette da sembrare finte. Ha una quinta di seno. E’ evidente, dato che l’abitino striminzito è anche scollatissimo. Inizialmente trema, dopodiché vedo che la sua espressione inizia a mutare in maniera repentina e innaturale. Improvvisamente assume una posizione composta. E’ in piedi di fronte a me e mi guarda con un sorriso, poi mi dice “oh cara, ti trovo in gran forma. Che ne diresti di chiedere un passaggio a un bel figo e farci portare a fare shopping?”. Mi strizza l’occhio. Io la guardo, esterrefatta, inorridita. Sto per aprire la bocca e dirle come diamine le passa per la testa di fare shopping in una situazione del genere. Ma dalle mie labbra fuoriescono tutt’altre parole, pronunciate con una fastidiosa ed acuta voce da ochetta “ma certo tesoro! Ho visto una borsetta di Gucci che è all’ultimo grido! Ti piacerà un casino! Poi dopo andiamo a fare quattro salti in disco e sfoggiamo i nostri acquisti!”.
Porto le mani davanti alla bocca. Inizio a piangere e grido. Chi sono? Che ho detto? Il mio nome. Ricordo ancora il mio nome. Ma sono bionda, ho lo smalto, e non comando le mie parole. Come se le pronunciasse qualcun altro al posto mio. E poi sento che sto cambiando di secondo in secondo. Mi guardo attorno, disorientata e con le lacrime che iniziano a rigarmi le guance, mentre l’altra bionda mi indica le tette e dice “accidenti! Che crema usi per il seno, cara? Stanno diventando due bombe!”. Bombe? Non ho mai avuto due bombe. Abbasso lo sguardo e vedo il mio seno che si ingrandisce, parimente ai miei occhi che si sgranano. Finalmente la crescita si ferma. Ho una quinta anche io.
Non sono abituata, non riesco a guardare i miei piedi! Mi agito così tanto che cado a terra di nuovo, ma non sono inciampata su nulla, stavolta.
Porto una mano alla caviglia indolenzita, la guardo per appurare che stia bene e vedo che ai piedi ho un paio decolleté con i tacchi a spillo. Identiche a quelle della tipa che era all’interno della cassa. Non capisco più nulla, non sono più io. Non è una questione di tempo, perché a giudicare dal corpo che ho sono ancora piuttosto giovane. Semplicemente non sono io. Mi sto trasformando, non riesco a smettere di piangere. E sono lacrime mie, forse l’ultima cosa mia che è rimasta. Assieme agli ultimi barlumi di lucidità.
Questo posto è troppo caldo e io non posso assolutamente permettermi di sudare, quest’abitino è firmato e se si rovina mi ammazzo! Devo trovare assolutamente uno specchio, mi giro verso la mia nuova amica e vedo che anche lei è intenta a cercare qualcosa, probabilmente quel che sto cercando io. Che casino, voglio tornare a casa, devo assolutamente andare dal parrucchiere. Altrimenti non riuscirò mai a sposarmi entro breve, mettere su famiglia, andare ogni domenica in Chiesa con mio marito e i bambini, cucinare manicaretti ai colleghi del mio uomo. Devo essere bellissima, voglio sposare un uomo ricco. Così ricco da potermi pagare il parrucchiere e l’estetista ogni settimana. Non devo preoccuparmi ora, se mi si contrae il viso mi vengono le rughe. Se mi vengono le rughe come faccio? Oddio.
Cado in ginocchio in preda ad una crisi di nervi, inizio a gridare e ad inorridire per i pensieri che mi passano per la mente, che sembrano assolutamente miei, non di qualcun altro, eppure non mi appartengono. Non so come spiegare. Non ho mai dato importanza all’estetica, e poi sono fidanzata da cinque anni con il mio amore. Lui lavora in officina, eppure ogni domenica mi porta un fiore per ricordarmi quanto mi ama. E non ha un soldo, probabilmente non ci sposeremo mai perché i nostri salari sono ridicoli. Eppure non ci interessa, ci amiamo da morire. Che me ne faccio di un uomo ricco? Un uomo ricco. E’ questo ciò di cui ho bisogno. Devo lasciare quell’inetto e trovarmi un ricco che possa mantenermi. A costo di doverlo succhiare a tutti i più potenti capi d’industria esistenti. Voglio vivere come una principessa.
Mi appoggio ad una delle casse e inizio a dare di stomaco per quello che ho appena pensato. Vomito e piango contemporaneamente, nel frattempo la terra sembra quasi allontanarsi. Lo attribuisco a un capogiro, ma sono soltanto io che divento più alta. Mi trasformo ancora. Controllo il mio vestitino con le pailette. Non posso assolutamente permettere che si sporchi, è all’ultimo grido e io lo amo.
Strani rumori mi distraggono dal mio stupido pensiero fisso. Il sole sta iniziando a calare e tutte le casse, finalmente, si aprono.
Ciò che vedo mi lascia senza fiato. Milioni, forse miliardi, di donne bellissime ed identiche a me ed alla mia amica fuoriescono dai loro involucri. E non soltanto, da altrettante casse sbucano fuori uomini incravattati, con occhiali da sole e un’evidente botta, o due, di lampada abbronzante. Sorrisi bianchissimi e falsissimi. Ognuno di questi si avvicina all’altro per proporre determinati prodotti di chissà quale azienda. Le donne iniziano ad addentrarsi in un fitto chiacchiericcio pregno di argomenti futili e inconsistenti.
Pian piano inizio a capire che succede. Ricollego. Le scritte, i mass media, l’individuo perfetto. Ci hanno trasformati, ci hanno resi le dannate pecore che volevano fossimo. Miliardi di ignoranti interessati solo a soldi, bellezza e successo. Donne e uomini pronti a vendere la loro dignità per denaro. Nessuno parla di argomenti quali sentimenti, amore, bambini, vita. Perché nessuno lo fa? Che stanno dicendo? Il nuovo rossetto della Chanel? Il mercato azionario?
Mi tappo le orecchie e continuo a piangere. Inizio a correre, facendomi spazio fra la fittissima folla. Non posso sfuggire al mio destino, eppure ci provo. Rimanendo concentrata su pensieri felici, profondi. Sul sorriso di mia madre, sull’affetto dei miei fratelli e delle mie sorelle, sulla tuta sporca d’olio del mio amore quando mi cinge a sé e mi sporca, si scusa e ridiamo insieme come due adolescenti, sui miei nonni che a novant’anni suonati si danno il bacetto del buongiorno e si chiamano “amore”, sulla bellezza delle stelle in un cielo d’estate, sulla bellezza delle stelle della TV, devo essere assolutamente come loro, perfetta in ogni occasione. Il successo è importante, per il successo sono disposta a tutto. Devo fermarmi, basta correre. Potrei sudare ancora di più e mi si rovina lo smalto. Devo provare a sedurre uno di questi signori. Sicuramente saranno ricchissimi. Bello quell’orologio d’oro. Mi sistemo la scollatura affinché il seno si veda meglio e mi alzo la gonna, così che possano notare quanto belle sono le mie cosce. Lo conquisterò sicuramente, così. Col bellissimo involucro in cui sono intrappolata, per sempre.

mercoledì 11 maggio 2011

Occhi di cristallo



Nacqui con gli occhi di cristallo, in una notte di stelle e focolari. Chiunque mi osservasse restava ammaliato, dall’immagine di sé riflessa nel mio sguardo.
Gli anni trascorrevano e il destino era lo stesso, ero amata immensamente e da chiunque. Ricevevo dichiarazioni d’amore ogni ora, mazzi di fiori ogni giorno, proposte di matrimonio ogni settimana. Ed io gioivo di tanto amore, e la mia frustrazione era evidente quando mi rendevo conto di essere una sola, e non poterne donare a tutti.
Un giorno, coi miei occhi di cristallo, silente mi fermai a guardare; notando che, colui che mi fissava, era il suo riflesso che amava contemplare.
Quel giorno mi resi conto di qualcosa che fu difficile da ammettere a me stessa: nessuno mi aveva mai amata per ciò che ero; per le mie carezze delicate al chiaro di Luna, per le mie occhiate languide prima e dopo un bacio, per le poesie brevi e delicate che dedicavo, per i miei sorrisi per il primo germoglio della primavera, per le mie lacrime davanti ad una palma moribonda.
Chiunque diceva di amarmi, era in realtà innamorato dell’immagine di sé che i miei occhi di cristallo riflettevano. Fissandomi per ore si fissavano, contemplandomi per ore si contemplavano, ed era l’immagine perfetta che i miei occhi di cristallo donavano di loro che amavano guardare, quell’immagine perfetta che soltanto una donna innamorata può donare.
Piansi a lungo lacrime di cristallo, che come piccole lame taglienti scivolavano nelle mie mani. E il sangue che ne usciva a stento era notato, ed io stringevo i pugni comunque, per non rischiare di mostrarlo.
Camminerò lungo una spiaggia desolata al tramonto, all’ora che i bambini e i genitori tornano nelle loro case per la cena. Camminerò ad occhi chiusi lungo la riva, orientandomi grazie alle onde del mare che toccheranno i miei piedi nudi. Le mie mani smetteranno di sanguinare quando qualcuno le prenderà, chiedendosi perché mai io cammini ad occhi chiusi, e lasciandomeli aprire soltanto per vederli brillare, e non per potersi specchiare.

lunedì 9 maggio 2011

Avete mai pensato a come vi piacerebbe morire?


Vorrei morire in un letto di fiori

sparsi da un vento leggero su un umido prato

le braccia distese e le gambe dischiuse

come un angelo che si prepara a levarsi in volo



Vorrei che nella mia mano destra vi sia lui

dal capo stempiato e il volto rugoso

ma quegli occhi vivi e splendenti come quelli d'un bambino

è il Ricordo, che indosso ha abiti vecchi e nuovi

un bavaglino al collo e sandali consunti ai piedi

e mi guarda, piangendo e sorridendo al tempo stesso

e sussurrandomi con tenerezza che m'ha tenuto in vita fino a quel momento

e continuerà a farlo anche quando chiuderò gli occhi

per poi riaprirli quando sarò ormai lontana dalle mie carni.



Vorrei che nella mia mano sinistra vi fosse lei

splendida nella sua chioma fluente e dorata

coi suoi occhi verdi, ricolmi di speranza nella luce e nel colore

piena di cicatrici sparse in ogni angolo di quel corpo perfetto

eppure ancora forte, e pronto a subire altri squarci

occhi tristi che ridono per la gioia d'aver pianto

E lei mormorerà, quando sarò in fin di vita

che è grazie a lei soltanto che ho vissuto

e nonostante il dolore, lo strazio e le lacrime di sale misto a sangue

i tradimenti, le cattiverie, le bugie e le omissioni

ho amato, ho saputo amare, ho dato tutto ciò che avevo

nel suo nome, che ora mi confessa

"io son l'Amore, e morirò con te, ma come il Ricordo anch'io ti terrò in vita

giacché non v'è spirito nè carne che potrà dimenticare

tutto ciò che hai dato e che hai perso, continuando a sperare"



Così con un sorriso, guardo entrambi

mi spengo senza lacrime né rimpianti

perchè non ho mai trattenuto ciò che in me pulsava

non ho mai temuto alcun giudizio nè rifiuto

ho amato e combattuto per amore

ho voluto bene anche a chi soltanto

m'ha vista come un corpo senza pianto.



E nel chiudere gli occhi, il mio ultimo pensiero

va a coloro che m'hanno amato davvero

che mi hanno dato senza voler nulla in cambio

perché a loro soltanto devo la presenza

dei due signori che mi tengono ora per mano



E del Rimpianto, non c'è nemmeno l'ombra lontana, nascosta fra i cespugli.





Woman Sleeping in a Landscape, 1931 - Salvador Dalì

venerdì 4 marzo 2011

Noi donne

Interrompiamo la serie a puntate "Racconti di questo mondo e quell'altro" (mi è venuto in mente ora il titolo, abbiate pietà, ho la febbre) per dedicare un pensierino alle donne. Non dite "beh, avresti potuto scriverlo l'otto Marzo", no, io non sono tanto normale, non vedo perché avrei dovuto, scusate. Buona lettura! L'ho scritto pensando alle donne a me care, tranne me, io non mi sto molto simpatica. Anche se nelle parole che leggerete ci sono anche io, ci siamo tutte quante.




Noi donne siamo delicate e forti al tempo stesso, come le orchidee: una tempesta non può ucciderci, solo sconvolgerci per poi fortificarci, ma troppo spesso veniamo strappate via dalla nostra terra perché qualcuno per godere della nostra bellezza non ha cura di guardarci come qualcosa di raro e prezioso, di annaffiarci, coltivarci; la sua premura è soltanto quella di tenerci con sé, senza comprendere che in questo modo col tempo non potremmo che appassire e morire.

Noi donne amiamo incondizionatamente, senza aspettarci nulla in cambio, ma saltando di gioia per una semplice carezza o un bacio sulla fronte prima di andare a dormire, per un bigliettino con poche parole d’amore che conta più di qualsiasi regalo a cui è allegato, per una frase detta estemporaneamente, per un aiuto spontaneo quando siamo stanche, per un sorriso sincero ed un abbraccio quando custodiamo del dolore che spesso non esterniamo per far sì che non pesi sulle spalle di chi amiamo.

Noi donne portiamo in grembo la vita e ci innamoriamo dell’esserino che cresce dentro di noi ancor prima di sapere che ci sia, gli cantiamo la ninna nanna e gli raccontiamo le fiabe quando ancora non ha visto la luce, gli facciamo le carezze e percepiamo ogni suo piccolo movimento come l’evento più felice al quale abbiamo mai assistito; e nel momento in cui lo diamo alla luce, soffriamo digrignando i denti e gridando a squarciagola a volte, magari dando di matto, magari imprecando contro qualcuno, magari anche per mezza giornata o per un giorno intero di travaglio, dimenticando poi per magia tutto quel dolore nel momento in cui i nostri occhi si posano su quella creatura così delicata e indifesa, che non attende altro che essere amata. E il discorso vale anche per le donne che di bambini non possono averne, giacché il loro istinto materno è ancor più forte e vivo dato che hanno la necessità di riversare tutto il loro amore, e quando strappano via un bambino dal suo destino di solitudine ed abbandono, lo accolgono fra le braccia come la cosa più preziosa che gli fosse mai capitata nella vita; fino a far sì che quelle piccole anime spaventate, spontaneamente le chiamino “mamma”, perché non c’è altro modo con cui potrebbero chiamarle.

Noi donne piangiamo, soffriamo, viviamo il dolore di un’amica come se fosse il nostro, ci facciamo carico della sofferenza di chi amiamo per far sì che la persona in questione non debba portarne tutto il peso, e sorridiamo, attendendo di piangere per quel dolore soltanto quando nessuno può vederci.

Noi donne facciamo l’amore con l’anima oltre che col corpo, anche quando ad alcune di noi capita di avere un rapporto occasionale. Veniamo chiamate “troie” quando cerchiamo nel calore di un corpo l’illusione di affetto, cura ed attenzioni, quando abbiamo bisogno di sentirci desiderate e volute perché troppo spesso siamo state buttate via come merce usata, quando scopiamo immaginando di fare l’amore rubando e custodendo anche una carezza di pochi secondi fino ad arrivare a percepirla come se durasse dieci minuti; ma anche quando ci diamo in tutto e per tutto alla persona che amiamo, ci viene dato del “maiala”, “porca”, quando non facciamo altro che dare interamente noi stesse perché ciò che ci sta più a cuore è il piacere dell’altro, il suo godimento, la sua gioia.

Noi donne siamo questo e tanto altro
Siamo una lacrima silenziosa sotto le coperte
Un sorriso di conforto in un momento di dolore
Una carezza spontanea fatta senza che ci sia stata chiesta, sapendo che la si vuole
Un abbraccio quando capiamo che le parole non servono
Siamo il doppio del lavoro quando occorre, con una tazza di caffè e basta
l’odio verso noi stesse quando facciamo soffrire qualcuno
la gioia nel sorriso degli altri e il dolore per le loro lacrime
E quella forza immensa, senza fine, che spesso viene scambiata per fragilità.

domenica 20 febbraio 2011

Tetti di cristallo

  Il mio paese fu inghiottito dal vento, e feci in tempo a fuggire. Non so perché mi graziò, probabilmente s’accorse che per me lui era vento e basta. Ero una bambina e non avevo affatto voglia di camminare sulla terraferma, avrei sempre voluto volare, restare sospesa, giocare con le nuvole e tentare di mangiarne un pezzo, vista la loro incredibile somiglianza con lo zucchero filato.

E fu quello stesso vento che mi avvolse fra le sue braccia e mi portò via da lì. Volle salvarmi, ne sono certa. Si fermò soltanto quando toccai delicatamente i piedi sulla terraferma. Provai disagio, paura. Non mi piaceva poggiare i piedi sulla terra. Iniziai allora a correre; soltanto correndo potevo alzare spesso i piedi dalla strada e avere l’impressione di rimanere sospesa il più a lungo possibile.
Ad un tratto smisi di correre, frenai d’improvviso e mi sbilanciai in avanti, allargando le braccia per impedire al mio musetto immacolato di finire rovinosamente schiacciato in terra. In quel momento non mi accorsi nemmeno che i miei piedi stessero toccando il suolo. Rimasi incantata a guardare le case di quel paese; non avevo mai visto case così. Le mura esterne si presentavano completamente normali, ma i tetti erano fatti di cristallo.
Non ci pensai due volte, presi ad incamminarmi verso l’uscio della prima casetta sulla destra ed andai goffamente a bussare alla porta. Attesi con impazienza tenendomi in equilibrio sulle punte delle mie scarpette rovinate dalla strada di vento finché un uomo non venne ad aprire. Mi fece entrare immediatamente e senza farmi domande, forse intuì la mia provenienza guardando le mie scarpette. Non lo so.
Percorsi il corridoio tenendo per tutto il tempo il naso all’insù, restando incantata ed imbambolata a fissare quei tetti. Chiesi all’uomo, senza rivolgergli lo sguardo, rimanendo dunque col capo rivolto verso l’alto, come mai nel suo paese i tetti fossero di cristallo. Lui alzò le spalle e andò verso la cucina, me ne accorsi dai suoi passi, ma restai comunque a fissare il tetto.
Passò qualche ora e decisi di sedermi a terra, le gambe stavano iniziando a cedere, rimasi però a fissare il tetto finché non calò la notte, e rimasi abbagliata a guardare le stelle.
Non c’era più nemmeno una nuvola in cielo, le stelle brillavano più che mai e sembravano essersi moltiplicate rispetto a quando vivevo nel paese con la strada di vento. Sorrisi. Il suono della televisione accesa dai coniugi che stranamente mi ospitarono senza farmi alcuna domanda, non mi attirava affatto. Rimasi incantata a contemplare la volta celeste, su cui spiccava anche una meravigliosa luna calante che sembrava sorridermi. Sorrisi di rimando alla luna e rimasi a dondolarmi ancora a lungo senza mai distogliere lo sguardo dal cielo. Mi stesi poi, il torcicollo si stava accentuando, ma ancora lo sguardo era ipnotizzato da quelle stelle, mai avevo visto prima d’allora una casa dal tetto di cristallo.
Eppure i coniugi continuavano a guardare la televisione, imbambolati, senza toccarsi e senza tenersi per mano, mai. Lui beveva una birra e lei fissava gli ospiti del telequiz con aria assente, borbottando un commento sprezzante ogni tanto verso una valletta che entrava saltuariamente a sgambettare.
Eppure sarebbe bastato alzare per un attimo lo sguardo e fissare quelle stelle, sono certa che avrebbero trovato  la scena così romantica e dolce da desiderare di prendersi per mano ed andare a fare l’amore su di un letto cosparso da petali di rose, potendo ammirare da lì il tetto di cristallo che lasciava guardare lo splendido e interminabile spettacolo che il cielo offriva.
Ed io? Io mi addormentai a notte inoltrata, e la veglia era stata così bella e piena di magia che quasi non notai la differenza con i sogni che feci. Aprii gli occhi soltanto quando il Sole era già alto nel cielo. Sarebbe stato impossibile lasciarli chiusi; la sua luce era così forte da abbagliarmi, dunque voltai il capo verso destra e schiusi lentamente gli occhi, sbattendo le palpebre più volte per farli abituare alla luce. Notai che i coniugi ancora dormivano, di un sonno profondo e senza sospiri, pieni di pezzi affilati di cristallo rosso che ricoprivano i loro corpi, e con quelli tutto il resto della casa, tranne me.
Il cielo è orgoglioso, non bisogna offenderlo. Si stancò di essere messo in secondo piano rispetto ad una banale trasmissione televisiva; e con pezzi di grandine grossi come limoni, distrusse tutti i tetti di cristallo che lui stesso aveva creato per rallegrare gli abitanti di quel paese, ma che una volta abituati a quello spettacolo unico e meraviglioso, si dimenticarono completamente dell’esistenza del cielo, non alzando mai più lo sguardo verso l’alto.


giovedì 17 febbraio 2011

La strada di vento



Nel mio paese la strada è fatta di vento.
La gente è così abituata a camminare sul vento che ormai sembra aver completamente dimenticato di essere sospesa. Il vento di cui la strada è fatta soffia così velocemente da riuscire a sostenere tutti noi senza mai farci cadere, facendoci vivere nella perenne illusione che i nostri piedi viaggino su qualcosa di solido, consistente, reale.
Ma in fondo cosa è reale?
Gli abitanti del mio paese sono ancorati da sempre a questo finto senso di realtà, vi si aggrappano con tutte le forze, a tal punto che arrivano a dimenticare completamente che la strada su cui poggiano i piedi è fatta di vento, inconsistente e in perenne movimento.
Gli abitanti del mio paese non calano mai lo sguardo, per il timore di dover affrontare il fatto che la strada su cui camminano ogni giorno sia fatta di vento.
Da queste parti corrono tutti; hanno fretta di arrivare al lavoro in orario, fretta di tornare a casa per piazzarsi davanti alla televisione con lo sguardo perso nel vuoto, fretta di non perdere tempo.
Vi starete a questo punto chiedendo cosa mai possa esserci al di sotto della strada fatta di vento. In realtà non ne ho proprio idea, qui nessuno se lo è mai chiesto, nessuno si è mai posto il problema. D’altronde, come ho già detto, quel vento soffia velocemente, ma la gente corre a tal punto da avere ormai l’illusione della sensazione di camminare su un qualcosa di solido e stabile.
Invero, la domanda che mi tormenta è un’altra: perché la gente del mio paese avverte con tanta urgenza la necessità di ingannare la propria mente fino a convincerla che i propri piedi stiano poggiando sulla terra?
Sono tutti così assuefatti alla realtà prestabilita che hanno definito, che per loro la strada potrebbe anche essere di fuoco: pur di illudersi e di non vedere, sarebbero pronti a giurare sulle proprie madri che le loro scarpe continuano a bruciare per via del troppo attrito con l’asfalto ormai vecchio o del cattivo materiale di cui sono fatte, imprecando contro l’azienda che le ha prodotte o il negoziante che gliele ha vendute.
Per la gente del mio paese incolpare gli altri è la via più facile, come è più facile costruire una realtà in cui c’è la terra sotto ai piedi e tutto scorre ordinariamente e senza interferenze. Nulla da fare, dunque. Nessuno, vi giuro, nessuno nel mio paese accetta che la strada su cui cammina sia fatta di vento. Tutto scorre troppo in fretta, e non c’è tempo per porsi domande che verrebbero soffocate ancor prima di essere formulate nella propria mente.
Ah, dimenticavo un particolare: il mio paese non esiste più. La strada fatta di vento si stancò di essere ignorata e scambiata per volgare asfalto. Durante un Lunedì mattina, approfittando della passività e della profonda noia delle persone tipica dell’inizio di settimana, la strada di vento si sollevò perpendicolarmente rispetto a come si trovava un attimo prima, iniziando poi a muoversi in senso orario ad una velocità mai raggiunta fino ad allora, prendendo la forma di un enorme tornado in cui inglobò i singoli abitanti, che, troppo assennati e razionali per accettare lo strano accadimento, morirono urlando: “Aiuto! Il terremoto!”.